Etica della terminologia

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In una discussione privata con MasterPJ abbiamo scoperto un tema su cui non siamo concordi, ovvero l’uso dei termini in campo informatico. Ne è nata una discussione su quale fosse il comportamento corretto senza però, com’è solito in questi casi, giungere a nessuna soluzione, ne compromesso.

Da quell’esperienza vi propongo oggi un articolo tutto concentrato sull’etica, l’etica della terminologia corretta.

Prima di affrontare l’argomento una doverosa precisazione.

Nonostante abbiamo opinioni discordanti tra di noi c’è libertà di pensiero e parola quindi ognuno seguirà la sua strada perché siamo coscienti che l’imposizione delle proprie idee al prossimo è sbagliata. Ognuno ha il diritto di avere le proprie idee basate su motivazioni e/o convinzioni personali.

Questo articolo è quindi più un punto di vista e non un invito/costrizione a come comportarsi.

La cosa divertente è che il tutto nasce da un mio sms!

[…]

Pensa che ho smesso di scrivere click e ora uso clic perché in italiano si dice così

Chiaramente questa semplice riga di testo si inserisce in un altro discorso più lungo e ampio, ma l’origine è comunque questa.

La parola click deriva dal mondo anglosassone/americano ed è riferita al premere un tasto o un’interruttore, è un’onomatopea ovvero una parola che deriva e rievoca un particolare suono, quello di premere un tasto o un interruttore appunto (cfr. wikipedia/onomatopea).

La mia argomentazione si basa in buona sostanza sul fatto che è un’onomatopea.

L’obiezione che mi viene mossa è basata sul fatto che il nome nascerebbe in ambito informatico, un mondo nato al di fuori della nostra nazione quindi la terminologia usata anche nel nostro paese dovrebbe essere una versione leggermente italianizzata della parola originale (o la parola originale stessa) e non una traduzione completa come ad esempio hack il cui corrispondente verbo italiano è hackare (non hackerare come dicono molti poiché l’inifinito di un verbo in italiano si ottiene aggiungendo il suffisso -are, -ere, o -ire. Mai sentito in vita mia mangiarare o berere).

Credo che sia già sbagliata l’argomentazione di partenza poiché il suono non è riferito solo a mouse e interruttori, ma anche a serrature (e altre cose che ora non ci interessano).

La serratura nasce nel 1600 A.C., anche se dobbiamo attendere al 100 D.C. per avere quelle in metallo che molto probabilmente producevano un suono molto simile a clic il cui corrispettivo nel parlato sarà stato qualcosa di molto vicino a quel suono per gli antichi romani (per maggiori info: chiavi e serrature).
Dico qualcosa di molto vicino a quel suono in riferimento agli antichi romani poiché i suoni che sentiamo in natura sono molto diversi a seconda della lingua usata! Non ci credete?
Eppure sappiamo che in Inghilterra il telefono fa ring mentre da noi fa drin, il cane in Germania fa wau wau, in Russia fa gaf gaf e da noi fa bau bau!

La serratura c’era già da molto prima di mouse e interruttori e anche allora avrà avuto una sua onomatopea. Anche l’italiano dantesco arriva secoli prima dell’informatica quindi è plausibile che l’onomatopea clic (o qualcosa del genere) esitesse già!

Questo è già un motivo per dover prediligere l’uso del termine italiano a quello straniero.

Bisogna poi fare un’altra considerazione sulle onomatopee. Esse hanno lo scopo di rappresentare i suoni nella lingua scritta, ma visto che paese che vai, suono che trovi, come potrebbe un’onomatopea straniera evocarci un suono nostrano? Si, qui sono simili e vicine, poi la globalizzazione ci ha avvicinati al mondo estero, ma ciò non toglie che deve indicare il suono per farlo capire a noi italiani, non agli stranieri.

Se poi prendiamo un bambino madrelingua italiano completamente isolato dal resto del mondo e quindi non influenzato dalla globalizzazione vi dirà che l’interruttore farà clic poiché la grammatica della nostra lingua gli insegna che questa parola nella sua lingua è corretta, click semplicemente non esiste.

Infine si può essere favorevoli o contrari alla globalizzazione, ciò non toglie che è una realtà della nostra quotidianità a cui non si può sfuggire, nuovi termini entrano costantemente nel nostro vocabolario subendo quella che è l’italianizzazione del termine ovvero usare la parola straniera con le regole della nostra lingua. Oltretutto la prima lingua dell’uomo non era certo nemmeno lontanamente simile a quelle moderne, eppure oggi noi abbiamo queste; perché?

Perché ogni popolazione ha imposto le sue regole mantenendo le sue origini e tradizioni e non lasciandosi condizionare o influenzare dallo straniero. Di certo gli antichi romani non avrebbero mai sporcato il loro nobile latino con parole di altra origine, infatti la prassi era imporre la loro lingua ai popoli conquistati, che comunque poi la sporcavano con termini della loro lingua d’origine andando a creare il latino volgare.

Una domanda che vi pongo io per farvi riflettere ulteriormente è: come nasce una lingua?

Va creata. La creazione però non avviene partendo dal nulla ma da una base di ciò che già esiste.

Gli schiavisti americani che obbligavano le persone di colore a lavorare nei campi di cotone, per evitare l’organizzazione degli schiavi e quindi una rivolta, sceglievano schiavi di differenti lingue, in modo che non potessero comunicare tra loro e insegnavano a tutti delle parole base estremamente semplici e in numero fortemente limitato cosicché potessero dirgli che lavoro fare. Queste parole formano il pidgin che è un miscuglio di parole prese e formate da diverse lingue che seguono regole ora di questa, ora di quella lingua.

Ma la comunicazione è nell’uomo, è un bisogno primario e quindi gli schiavi evolvevano naturalmente questo pidgin fino alla sua creolizzazione, ovvero la base di una lingua vera e propria con proprie regole grammaticali e lessicali.

Quello che noi facciamo con le parole straniere è un qualcosa di simile alla creazione di una lingua, le trasformiamo fino a farle nostre anche per il discorso di mantenere le proprie radici, per ricordare chi siamo e da dove veniamo.

Oltretutto ogni lingua chiama le cose degli altri con i suoi nomi. Guardate anche solo i nomi di città sulle cartine, ogni lingua chiama la stessa città con nome diverso, vicino quanto vuoi a quello della popolazione locale, ma ciò non toglie che il nome è diverso. Pensate che un inglese chiamerà Venezia così o per lui sarà Venice?

Arrivati a questo punto mi si può chiedere, ma allora anche per parole come hardware, software, ecc… si deve ricorrere all’italiano?

Beh qui il discorso fatto finora va un po’ rivisto poiché il termine che ha scaturito tutta questa discussione è un suono onomatopeico quindi una parola con scopi precisi. Questi altri sono invece concettualmente diversi. E’ pur vero che noi l’abbiamo la traduzione di questi termini ed esiste da prima della loro diffusione (non tutti, ma buona parte). Hardware ha una sua traduzione nell’italiano così come software (programma). Noi abbiamo sempre avuto i programmi, vedi il programma della serata, una serie di impegni e cose da fare. In informatica un programma è una serie di istruzioni scritte in righe di codice per dire al computer cosa deve fare.

Quindi stai dicendo che dobbiamo usare le traduzioni?

Beh, non dico niente a nessuno e oltretutto no, non dico questo. Dico che hardware e software sono nomi di cose che si sono radicate talmente nel nostro profondo da non poter più essere rimosse e comunque sono appunto nomi di cose, non onomatopee. Il loro scopo è diverso.

A livello teorico ed eticamente parlando non si può più usare una linea guida dove è tutto bianco o tutto nero; alcuni nomi subiscono una traduzione, altri no, sono processi che vengono attuati all’inizio e successivamente è impossibile cambiarli se non in un regime di dittatura.

Io nel mio piccolo cerco di prediligere l’italiano dove possibile e dove si deve! Userò programma come sinonimo alla pari di software e userò clic perché è una parola con uno scopo, scrivere un suono. Adotterò un sistema ibrido dove valuterò ogni parola volta per volta e a seconda delle riflessioni del caso sceglierò una strada che potrà cambiare in qualsiasi momento se supportata dalle giuste prove.

Scegliete quindi la vostra, l’importante è che sia vostra e non un mero seguire la massa.

Grazie per l’attenzione.

P.S.: Il pensiero che in questo articolo viene fatto intendere come di MasterPJ non è comunque da intendere come il suo pensiero completo. Qui ne è riportata una minima parte che potrebbe aver stravolto il suo concetto e le sue motivazioni per preferire click a clic. Pertanto siete invitati a chiedere direttamente a lui cosa ne pensi riguardo a una cosa per capire i motivi della discussione nel complesso.

Grazie.

Pubblicato su Etica Informatica. Tag: . 2 Comments »

2 Risposte to “Etica della terminologia”

  1. Sanzo Says:

    Innanzitutto grazie per il commento molto articolato e preciso, mi è piaciuto.🙂
    Come mai programma non è da considerarsi una buona traduzione di software?
    Direttorio sicuramente no, ma forse il classico cartella è accettabile come traduzione data la funzione di contenitore di file che potrebbero essere raccolti secondo un criterio preciso (es. cartella bollette 2012). Su clic e tasto invece concordiamo.

    Per hacker capisco la logica che ha creato la situazione attuale, il mio articolo/intervento era infatti volto a indicare quello che sarebbe dovuto essere. Penso che sarebbe sensato (a meno che non si voglia creare un’apposita traduzione italiana) partire dalla forma base della parola da cui poi si compongono tutte le derivate, ma come scrissi nell’altro articolo, il destino di una parola straniera in una lingua madre è dato da come questa entra nell’uso comune (quindi hacker e non hack) e questo fenomeno (non lo scrissi) è fortemente influenzato dai media. Non dico che hackerare sia sbagliato in senso assoluto, ma che secondo una certa logica (quella da me indicata) non è corretto.

    L’ultimo punto circa il linguaggio politicamente corretto davvero mi era sconosciuto, ignoravo che in italiano negro non fosse dispregiativo. Il fatto è che oggi dobbiamo ben guardarci dall’uso di termini “sbagliati” poiché i rischi che ne possono conseguire potrebbero essere pesanti. Se ad esempio chiamo negro un mio amico, questo conoscendomi sa il senso che io do al termine e quindi riderebbe con me, ma se facessi la stessa cosa ad una manifestazione sull’uguaglianza dei diritti degli uomini con diverso colore della pelle (siamo negli anni 50 circa) finirei certamente linciato vivo. Il linguaggio politicamente corretto è necessario per il nostro quieto vivere, ma è utile solo fino ad un certo punto (negro di merda è offensivo.), dopodiché è solo strumentalizzazione per ottenere altri scopi. Ricordiamoci infatti che le parole sono solo suoni, un suono puro non ha nessun significato positivo o negativo poiché queste sono solo sfumature che gli attribuisce l’uomo!

  2. matteoc Says:

    La questione è ben nota a chi si occupa di traduzioni. La regola ampiamente condivisa è riconoscere quelli che sono sono “termini tecnici” e quelli che non lo sono. I primi non vanno tradotti, i secondi sì.

    Tra i termini tecnici ci sono software (no, programma non è una buona traduzione), directory (no, direttorio non va bene e nessuno dovrebbe più usarlo dai tempi di Robespierre) e anche mouse (nessuno usa il topo, vero?).

    Come esempi di termini da tradurre c’è l’inglese menu (da tradurre con l’italiano menù), click (da tradurre con l’italiano clic), key (da tradurre ora con chiave, ora con tasto), ecc.

    Hacker non ha una traduzione ufficiale (si possono trovare espressioni come smanettone, pirata informatico… ma sono colloquialismi) ed è stato accolto in italiano nella sua forma originaria. È naturale pensare che abbia generato forme derivate usando le regole ortografiche dell’italiano, esattamente come sono nati termini come marxista, standardizzare, chilowattora, newyorkese o newyorchese (nota l’italianizzazione della k). Da cui hackerare.

    Invece l’uso del verbo hack non è comune in italiano: si tende a tradurlo a seconda del contesto (hack a website: infiltrarsi in un sito; hack a piece of code: abbozzare del codice, ecc.). Per questo non sono nate forme come *hackare.

    Curiosamente, è successo esattamente l’opposto per crack/cracker: crack e crackare sono diffusi, *crackerare non si registra in italiano.

    Infine, mi permetto di farti notare una sottigliezza: hai usato l’espressione “uomo di colore” invece di negro. Questa è un esempio di influenza dall’inglese: negro, che è un termine scientificamente corretto (di razza negroide) e non ha un’accezione negativa in italiano, ha il difetto di assomigliare molto all’inglese nigger, che invece è spregiativo, quindi ci sentiamo in dovere di sostituirlo con eufemismi. Il buffo è che in America anche coloured (da cui abbiamo mutuato “di colore”) sta pian piano assumendo una sfumatura negativa e oggi l’unico termine cosiderato politicamente corretto è Afro-American. Quanto ci vorrà perché anche da noi le persone di colore diventino afro-italiane?


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