Fotocamera digitale compatta

Oggi vi presento una guida all’acquisto consapevole di una fotocamera digitale compatta.
Le mie conoscenze in merito erano piuttosto scarse. Per questo motivo, mi sono documentato su alcuni degli aspetti più importanti che concernono l’acquisto di una fotocamera.

Questa non è una guida esaustiva (ne pretende di esserlo) e potrebbe contenere errori e/o disinformazioni. Se ne consiglia quindi una lettura critica che funga da spunto di riflessione per ulteriore documentazione personale sui temi trattati (e non). Data la lunghezza dell’articolo potrebbe essere buona cosa leggerlo a più riprese; così da non stancarsi eccessivamente e da avere il tempo di comprendere e controllare le cose lette.

Venendo ora all’articolo vero e proprio, il primo punto che intendo trattare è molto di moda oggigiorno ed è fondato su una disinformazione collettiva di base. Pertanto, cercherò di illustrarvi la realtà in una sorta di caccia al mito da sfatare.
8; 10; 12; 16… 100 Megapixel! È una gara a chi ne ha di più, sia da parte di chi vende che da parte di chi compra. Ma cosa sono in realtà? Quanti ne servono davvero?
I pixel (mega = milioni) sono i puntini che compongono un qualunque schermo elettronico o sensore ottico.
Nel caso di schermi si tratta di luci, puntini luminosi in grado di emettere uno dei tre colori di base (rosso, verde, blu. Conosciuto come sistema RGB) che, combinati tra loro, danno vita a tutti gli altri colori mediante la tecnica della mescolanza additiva.
Nel caso di sensori ottici invece sono sempre puntini, ma stavolta anziché emettere luce la assorbono e sono sensibili a determinate frequenze elettromagnetiche (ogni colore ha una precisa frequenza). Ognuno quindi assorbe un colore preciso, poi il loro elevato numero e la somma delle singole immagini ottenute per ogni colore (più il nero) darà vita all’immagine completa e a colori che possiamo osservare quando riprodotta su uno schermo.
Anche le stampanti usano dei puntini colorati per comporre l’immagine finale, ma si affidano alla mescolanza sottrattiva. Nel caso delle stampanti non si parla più di pixel, ma di punti (microscopiche gocce d’inchiostro se si tratta di stampanti a getto d’inchiostro o inkjet appunto).

Sia che si tratti di pixel, che di gocce d’inchiostro, questi punti sono talmente piccoli e vicini che non li distinguiamo singolarmente ed è proprio questo che ci permette di cogliere l’immagine riprodotta nel suo insieme. Un esempio facile è questo:

vero_volto_bush

clicca per ingrandire

È una situazione intermedia in cui si vedono i “pixel” che compongono l’immagine più grande (i vari singoli volti), ma questi sono abbastanza piccoli da passare in secondo piano lasciando cogliere l’immagine complessiva, ovvero il volto del presidente. Quindi, tanto più i punti sono piccoli e vicini, tanto meglio si percepirà l’immagine che si vuole riprodurre e non gli elementi che la compongono. Ma questo è vero fino all’infinito? No, infatti il limite è l’occhio umano. Nel caso qui sopra è palesemente evidente che l’occhio umano ha un potere risolutivo maggiore; quindi i pixel devono necessariamente essere più piccoli (e più numerosi) di così. Ma quanto?
La risposta a questa domanda non è univoca, dipende tutto da voi e dall’uso che intendete fare delle vostre foto digitali.
Le possibilità sono due: vederle su PC o stamparle su carta fotografica. Vediamo separatamente i due casi.

Nel caso vogliate stamparle, più fonti (NON autorevoli) dicono che il nostro occhio, alla minima distanza possibile (per un occhio emmetrope o sano circa 30cm, meno per un miope, di più per un ipermetrope), non necessita di più di 300 dpi (dot per inch) di risoluzione. Dpi? Ricordate le gocce di inchiostro spruzzate da una stampante inkjet? Bene, questi vengono considerati punti e dai 300 punti per pollice in poi è impossibile notare differenze senza usare strumenti ottici, quindi la qualità della stampa non migliora più. Se non siete convinti potete stampare alcune foto a diverse risoluzioni (superiori e inferiori) e constatate qual’è il vostro valore di riferimento.
Accettato questo, il numero di megapixel che vi servono per una foto dipende esclusivamente dalle dimensioni a cui volete stamparla (in realtà, anche dalla distanza. Una gigantografia da 10 metri di distanza richiede risoluzioni inferiori).
Un comune formato di stampa delle foto è: 10x15cm che sono 3,94×5,91 pollici (1″ = 2,54cm). Si convertono i cm in pollici perché l’informatica lavora con quest’unità di misura.
Visto che ci vogliono 300 punti per pollice: 3,94*300*5,91*300=2˙095˙686 ovvero 2 Mpixel
Un quadretto 20×30 cm: 20*30/2.54/2.54*90˙000=8 Mpixel
Se siete quindi tra quelli che le foto le preferiscono stampate su carta, scegliete le dimensioni per cui volete farle stampare (o stamparle) e quindi calcolate i pixel necessari.
Il perché non vi servono più pixel di quanti ne dobbiate stampare (300 dpi) è presto detto. Perché non li vedrete mai. Stampando un’immagine con una risoluzione troppo elevata, oltre a sprecare un sacco di inchiostro, andrete incontro a due possibilità: se la stampante è molto buona avrete un foglio completamente bagnato di inchiostro che faticherà ad asciugarsi e ci saranno dettagli che forse vedrete solo con un microscopio; se invece la stampante è di qualità scarsa avrete delle macchie incomprensibili. L’immagine sarà da buttare poiché gli inchiostri si mischieranno dando origine a un foglio umido che può giusto essere appeso tra i quadri astratti del museo del Louvre.

Per coloro i quali preferiscono vedersi le foto su computer (cornici elettroniche, cellulari, televisori…), il discorso cambia, anche se la sostanza è la stessa. In questo caso a contare è la risoluzione del monitor in cui la vedete.
Con un display da 1024×768 pixel servono appunto 1024*768 pixel ovvero 0,8 Mpixel.
Con un display da 1920×1080 di risoluzione servono 2 Mpixel.

Avere meno Megapixel sul sensore della fotocamera rispetto a quelli disponibili sul monitor comporta una perdita di qualità direttamente proporzionale. Averne di più non comporta alcun guadagno, ma solo perdite. Innanzitutto perché quei pixel in più non li vedrete mai (tutti i pixel del monitor sono già impegnati, quelli che la foto ha in più vanno nel cestino). Perché? Immaginate (o disegnate su un foglio) un quadrato di lato 10 quadretti. La sua area (lato*lato) è pari a 100 quadretti. Se voi ne avete a disposizione 200 (per ricostruire il quadrato) cosa ve ne fate dei 100 in più? 100 ne servono, gli altri sono spazzatura. Lo stesso appunto per i pixel (dato che sono il punto luminoso più piccolo; non sono divisibili).
Altro fatto è che foto con risoluzioni maggiori occupano più MB e quindi è spazio dell’hard disk che buttate via. Anche la memory card della fotocamera vi permetterà di fare meno foto. Ha senso? Prendere una memoria più grande non risolve il problema, comunque farete sempre meno foto di quelle che potreste fare usando la risoluzione adatta.
Magari qualcuno potrebbe voler pensare al futuro. Se hai un monitor da 1024×768 pixel e immagini di passare a breve a un 1920×1080 è un ragionamento che ci può stare, ormai lo standard è quello, ma allora perché non prepararsi per il prossimo standard ovvero il 4k? Perché è uno standard lontano e comunque richiede 8,3 Megapixel, molto meno di quello che propone oggi il mercato per le fotocamere.
Ok, ma perché semplicemente non prendere una fotocamera da tanti Mp in previsione di un non troppo prossimo futuro? Oltre al discorso spreco di spazio su hard disk, bisogna anche considerare il prezzo che per l’elettronica scende sempre al contrario della qualità che invece sale. Paghereste uno sproposito per un dispositivo che domani sarà obsoleto. Le nuove proposte del futuro saranno più economiche, ma qualitativamente superiori. Dopodiché bisogna anche considerare che, sui monitor, le foto a risoluzioni superiori si vedono peggio. Se avete 200 quadretti dei 100 che ve ne servono, il programma di visualizzazione foto dovrà fare dei tagli all’immagine per renderla adatta al vostro schermo (magari quello del cellulare). Ma i tagli saranno basati su vari algoritmi matematici che tengono conto solo fino a un certo punto di quella che è la percezione umana. Potrebbero venire tagliati dettagli importanti che migliorerebbero la qualità della riproduzione. Le foto poi sono costantemente salvate in jpeg quindi compressioni e tagli ulteriori. Va a finire che una foto da 100 Mp vi rende meno di una da 20! In tal caso allora vale la prendere una fotocamera da poche migliaia di pixel in più in modo che i tagli siano minimi e quindi anche la degradazione della foto sul monitor.
Lo stesso discorso vale anche se prendete una macchina da tanti Mpixel e poi la fate lavorare a meno (una 16 Mp che scatta foto a 2Mp). Il sensore è e resta da 16, il che vuol dire che i 14 Mp in più che cattura dovranno essere interpolati per venire poi eliminati. Avete di fatto una foto compressa ancora prima di averla scattata.
Una piccola nota. Magari qualcuno può pensare che questo problema non si aveva con le vecchie macchine fotografiche a rullino, ma si sbaglia. Anche i rullini fotografici avevano i loro corretti formati di stampa. Un classico rullino 24x36mm, che veniva di norma stampato su formati 10×15 o 13×18 cm, può essere stampato fino a dimensioni pari a circa un foglio A4, dopodiché la foto andava ingrandita esattamente come si fa con le digitali, perdendo quindi di dettagli, nitidezza e aumentando la granulosità. Si perdeva quindi qualità!

Detto questo, vale la pena comprare una fotocamera con quantità esorbitanti di Megapixel? Ditemelo voi.

Terminata la questione megapixel, una parte importante di ogni macchina fotografica è l’obiettivo.
Solitamente viene indicato con diversi valori e, per un confronto diretto con la vecchia tecnologia, c’è anche la dicitura equivalente a 35 mm: xx-yy mm. Questo perché i fotografi sono ormai abituati a ragionare con la vecchia dicitura ed è la stessa che io vi spiegherò. L’obiettivo più comune era il 50 mm che ha un campo visivo pari a quello dell’occhio umano (45°). Con questo obiettivo immortalate nella vostra foto la stessa scena visiva che potete vedere a occhio nudo. Dopodiché, valori inferiori al 50 mm comportano angoli visivi sempre più ampi quindi nella foto ci saranno molti più elementi di quanti il vostro occhio vi permette di vedere con uno sguardo fisso. Questo tipo di obiettivo si chiama grandangolo. Valori superiori invece trasformano il vostro obiettivo in un cannocchiale ovvero sempre più zoom, ma campo visivo più stretto. Vengono chiamati teleobiettivi. Sia il grandangolo che il teleobiettivo comportano problemi di distorsione della prospettiva e delle proporzioni, distorsioni tanto più importanti tanto più ci si allontana dal 50 mm. Ci sono vari difetti in questo tipo di obiettivi, per esempio, uno di quelli che affligge il teleobiettivo è la perdita di luminosità all’aumentare dello zoom. Sono entrambi obiettivi particolari che richiedono specifiche condizioni di utilizzo e specifiche necessità. Usateli a vostra discrezione; l’acquisizione di maggiore esperienza vi permetterà comunque ottime foto.
Tornando alla dicitura riportata sulle fotocamera attuali, noterete che i valori oscillano tra un minimo e un massimo. L’importante è che tra gli estremi sia compreso il 50 mm, il resto è un più che da valore aggiunto. Ricordate però che valori estremi della scala molto alti e molto bassi hanno un costo, quindi se trovate particolari occasioni per obiettivi dai numeri fenomenali, ma con prezzi molti lontani dalla concorrenza, storcete un attimo il naso. Forse non hanno la qualità costruttiva necessaria per essere dei buoni obiettivi e rovineranno la vostra foto.

Una funzione dell’obiettivo è lo zoom, che viene diviso in ottico e digitale.
Il digitale ignoratelo ed evitatelo peggio della peste. Non fa altro che prendere una scena e stirarla. Non importa quanti trilioni di pixel abbia la vostra fotocamera, con questo tipo di zoom perderete sempre qualità. Vengono letteralmente creati pixel dove non ci sono (anche qui si fa uso di modelli matematici e funzioni come l’interpolazione).
Lo zoom ottico invece è uno zoom fisico ottenuto mediante lenti ottiche. Il difetto di uno zoom del genere è che si perde tanta più luminosità quanto più lo zoom è forte, ma non vengono creati dettagli. Viene ridotto il campo visivo per poter inquadrare meglio un soggetto lontano. Su questo tipo di zoom vale la pena investire qualche soldo. Se c’è non è un male.

Alcuni obiettivi permettono la funzione “macro” ovvero il mettere a fuoco elementi particolarmente vicini all’obiettivo. Per spiegarlo faccio un paragone. L’occhio emmetrope mette perfettamente a fuoco a una distanza minima di circa 30 centimetri; ciò vuol dire che a distanze inferiori sforzerete molto l’occhio per vedere bene e comunque perderete sempre qualcosa. Al contrario l’occhio miope (quello che non vede da lontano), da vicino ci vede benissimo e ci vede ancora meglio di un sano a distanze inferiori ai 30 centimetri. Inoltre ci vedrà tanto meglio quanto più è miope. La funzione macro è una sorta di miopia per obiettivi fotografici. Si può utilizzare per primissimi piani e per far risaltare al massimo i dettagli di un oggetto. Non è vitale come funzione, ma se c’è male non fa.

Veniamo ora a tre elementi che è meglio trattare insieme in quanto sono collegati: tempo di esposizione, sensibilità e apertura dell’obiettivo (diaframma).
Il diaframma è un dispositivo meccanico a lamelle che, concettualmente, svolge lo stesso lavoro che fa l’iride nell’occhio umano. Serve quindi a regolare la quantità di luce che andrà a colpire la pellicola o il sensore.
In riferimento alle macchine fotografiche a pellicola, l’uso del diaframma era molto importante. La pellicola aveva una sensibilità fissa alla luce e, dato che il diaframma regola la quantità di luce che può passare attraverso l’obiettivo, la sua apertura/chiusura andava a determinare il tempo di esposizione.
Nelle fotocamere moderne invece, la sensibilità è dinamica e si adatta automaticamente alle condizioni di luce della foto grazie ad un esposimetro (un sensore di luminosità. Uno dei più comuni è l’esposimetro TTL). Questo fatto comporta che il diaframma abbia un’importanza minore rispetto al passato. Continua a essere un elemento necessario in ambito fotografico, ma il suo uso non influisce più in maniera così determinante nel tempo di esposizione.
Continua comunque ad avere la sua importanza nella fotografia per alcuni cambiamenti che comporta nell’immagine attraverso la sua regolazione.
Cominciamo a dire che esso è indicato attraverso la nomenclatura f/x-y che ne indica il grado di apertura e ogni scatto successivo corrisponde alla metà della luminosità (lasciata passare) rispetto allo scatto precedente. Circa il suo uso invece, si può dire che (per chi può regolarlo sulla sua macchina) un diaframma molto aperto permette tempi di esposizione ridotti, necessari quando si scattano foto a (s)oggetti che si muovono con grande velocità. Lo svantaggio è che la profondità di campo (il range entro cui gli oggetti ripresi sono a fuoco) è molto limitato. Al contrario, un diaframma molto chiuso comporta tempi di esposizione più lunghi quindi i (s)oggetti in movimento lasciano una sorta di effetto scia, ma la profondità di campo è massima e quindi perfettamente a fuoco non sarà solo quello che volete fotografare, ma anche (s)oggetti più lontani. All’estremo averemo che gli elementi a fuoco andranno da quelli relativamente vicini fino all’infinito. Relativamente vicini poiché esiste una distanza minima a cui gli elementi possono essere messi a fuoco infinito, a una distanza inferiore invece non si può scappare, esiste solo un range limitato di distanza in cui tutti gli elementi sono a fuoco. Chi ha usato le vecchie reflex lo sa già, gli altri facciano qualche scatto di prova e capiranno anche loro, non è una cosa difficile.
Nell’acquisto di una fotocamera questo elemento ha quasi un’importanza inferiore rispetto ad altre caratteristiche. Se si stanno confrontando più fotocamere tenete presente che range maggiori (macchine con grande intervallo tra x e y in f/x-y ) sono migliori poiché aiutano la macchina ad essere più adattabile alle varie situazioni.
Una nota finale è che valori di f/x molto bassi possono comportare foto sovraesposte se il fotografo non è esperto (con impostazioni manuali) o se il software che rileva la scena visiva (con impostazioni automatiche) non è dei migliori. Al contrario, alti valori di f/x possono comportare foto molto scure e con effetto scia data dal movimento della mano del fotografo (a causa dei maggiori tempi di esposizione). In tal caso è meglio quindi giocarsela con la sensibilità ISO che spiego nel prossimo paragrafo.

La sensibilità indica quanto velocemente la luce che colpisce la pellicola o il sensore lo impressiona. Vuol semplicemente dire il tempo che ci mette la scena che state riprendendo a essere memorizzata sul supporto (pellicola o sensore). Una volta c’erano i rullini fotografici, avevano varie sensibilità misurate in ISO, ma ogni rullino aveva un’unica sensibilità quindi stava al fotografo (o alla macchina fotografica automatica) regolare il tempo di esposizione che ci voleva per riprendere la scena visiva. In certe condizioni poteva essere complicato, ma le belle foto davano grandi soddisfazioni.
Oggi invece è tutto molto più semplice grazie al sensore che supporta numerose sensibilità alla luce. Questo vuol dire che il fotografo non dovrà più impostare la macchina in base alla scena; l’esposimetro dirà al sensore quanta luce c’è e quindi verrà impostato su una delle tante sensibilità possibili.
A tal riguardo scegliete quindi la macchina che supporta quanti più ISO possibili. La scala ISO/ASA (la scala di sensibilità alla luce usata in America ed Europa, eccetto Germania) oscilla da 3 (bassa sensibilità) a 6400 (alta), ma tipicamente le fotocamere oscillano tra gli 80/100 (minimo) e i 3200/6400 (massimo). Per darvi un’idea, sappiate che con le vecchie fotocamere a pellicola, per un uso non professionale, si lavorava benissimo stando tra i 200 e i 400 ISO/ASA.
L’importanza degli ISO, oltre per i motivi già detti, è che controbilanciano l’eventuale carenza di f/x con cui lavorano in stretto rapporto. Quindi l’avere più ISO possibili permette di fare foto anche in condizioni di scarsa luce senza effetto scia e foto di elementi in forte movimento.

Il tempo di esposizione è, banalmente, il tempo che l’otturatore deve restare aperto affinché la luce attraversi l’obiettivo e impressioni la pellicola o il sensore. Nelle fotocamera a pellicola, il tempo era determinato dall’apertura del diaframma, dalla sensibilità ISO della pellicola e dalla luminosità della scena da riprendere.
Nelle fotocamere digitali è ancora così, ma data la variabilità della sensibilità ISO del sensore, il tempo di esposizione (a parità di condizioni) non è più un valore rigidamente vincolato e univoco.
Nella scelta della fotocamera è da preferire quella con i valori minimi a massimi più distanti. Una macchina che apre e chiude l’otturatore in tempi estremamente brevi (1/2000 di secondo o meno) permette belle foto anche in condizioni di estrema luminosità e di forte movimento (oltretutto tempi ridotti annullano i movimenti della vostra mano evitando le foto mosse), mentre tempi lunghi (superiori al secondo) vi permettono foto in luoghi particolarmente bui (a patto di avere un cavalletto o un treppiede per evitare movimenti della fotocamera).

Tempo di esposizione, sensibilità ISO e diaframma, sono cose che al giorno d’oggi si possono non conoscere poiché vengono regolate automaticamente dalla fotocamera. Il più delle volte con ottimi risultati.
Come avete visto l’una influenza l’altra, non si può manipolare una di queste funzioni senza andare a influire sulle altre. Ma se non vi interessa diventare fotografi professionisti potete limitarvi ai criteri indicati qui sopra per sceglierle durante l’acquisto, dopodiché dimenticatevene.

Compresi i dettagli principali di una macchina fotografica, quando volete scattare una fotografia, chi determina tutti gli elementi che caratterizzano la scena visiva, e quindi l’impostazione della macchina per la foto migliore, è il sistema operativo. Perciò va data massima importanza al firmware. Se siete dilettanti e tali vorrete restare, il sistema operativo è più importante per voi che per un amatore. Dato che è lui a occuparsi di tutto, deve essere molto buono nel capire cosa volete fotografare (soggetto in movimento, bambino in primo piano, nonna sullo sfondo…). Il sistema operativo migliore non è il migliore che il mercato ha da offrirvi, ma quello che meglio legge dentro la vostra testa. Tanto più la vostra volontà di fotografare un determinato qualcosa e il processore hanno un pensiero simile, tanto più sarete soddisfatti. Io potrei voler fotografare l’aereo in fase di decollo attraverso il vetro e non il turista di turno che mi passa davanti in tutta indifferenza!
Il programma automatico e per le varie funzioni specifiche (se li usate) sarà da valutare molto accuratamente. Per un uso amatoriale probabilmente vorrete impostarvi tutto senza affidarvi ai vari automatismi quindi, dovrete assicurarvi che ci sia la funzione “manuale” e con che facilità si possono impostare i vari parametri della macchina per la fotografia. Girare 5 minuti di menu (ad es. per settare il tempo di esposizione) non è accettabile da una persona che deve fare una foto al volo.
In entrambi i casi (dilettante e amatore), il consiglio è quello di cercare recensioni positive e negative sull’esatto modello di fotocamera su cui vi state orientando; vi aiuterà a capire se può fare al caso vostro e se ha qualche difetto particolarmente noto che potrebbe disincentivarne l’acquisto.
Una volta fatto questo potete andare sul sito ufficiale del produttore della fotocamera e controllare tutti i vari programmi assistiti per scattare foto che ci sono. Potreste sempre scoprire un programma che non avevate considerato, ma che vi può essere molto utile. In tal caso scoprireste un fattore in più nel confronto tra una e un’altra macchina.

Il prossimo argomento, il sensore, l’ho lasciato per la parte finale poiché la sua importanza è meno vitale di quando si potrebbe credere.
Tra le differenze più importanti, quello che distingue una fotocamera della precedente tecnologia e l’attuale è il passaggio dal rullino al sensore. Qui vi darò qualche breve cenno solo sul sensore.
Ne esistono di diversi tipi, ma le famiglie principali sono solo due: CMOS vs CCD e, com’è normale che sia in ogni settore dove c’è competitività, uno è meglio per qualcosa, l’altro per qualcos’altro. A parte l’uso professionale su cui non mi pronuncio, per quanto riguarda il dilettantistico e l’amatoriale le differenze non sono importanti. Con entrambi otterrete delle ottime foto. La scelta di un sensore o dell’altro riguarda solo campi estremamente avanzati (es. la ricerca scientifica di diversi ambiti). Tenete infine presente che per una reale valutazione occorre essere dei tecnici o almeno leggere vagonate di manuali; l’aver letto uno o due blog non vi qualifica come “esperti”. Anche se nulla vi vieta di prendere una decisione in base alle vostre convinzioni.
Quindi, se siete interessati a capirli vi consiglio di leggere libri del settore, i blog usateli solo come base per apprendere i primi concetti e le prime differenze su cui occorre approfondire; se invece siete interessati a fare semplicemente delle fotografie, prendete quello che la fotocamera vi offre e valutatela complessivamente con gli altri criteri che sono emersi all’interno di questo articolo.

Un ultimo dettaglio, ma che raramente si considera è l’ergonomia del dispositivo. Mentre osservate le varie macchine cercate di immaginarvele in mano (se non potete provarle in un negozio). Il flash in quel punto è comodo o da fastidio? La presa è salda e sicura o tende a scivolare? I vari pulsanti sono ben posizionati rispetto al modo in cui la userete oppure richiedono posizioni innaturali? Questi dettagli potrebbero anche farvi preferire una macchina a tasti fisici anziché touch o viceversa. In ogni caso l’ergonomia ha una sua importanza.

Nonostante la quantità di cose di cui vi ho parlato, noterete che non ho mai menzionato alcuna marca e la cosa è stata intenzionale. Molte persone ritengono che una data marca (specie se famosa e sul campo da molto tempo) sia qualitativamente migliore di un’altra più recente o proveniente da un “paese di serie B”. È un errore. Tenete presente che OGNI marca che si rivolge a più fette di mercato, crea prodotti per varie fasce di prezzo (all’interno delle quali ci sono ulteriori stratificazioni); è intuitivo che prodotti appartenenti alla fascia più economica siano da valutare attentamente, ma non è altrettanto vero che prodotti della fascia di prezzo più alta siano qualitativamente superiori o che lo siano così significativamente come il prezzo indurrebbe a pensare. Questa è una banalissima tecnica commerciale per vendere prodotti a prezzi più alti (il più delle volte).
Credeteci o meno, prezzo e marca dicono da nulla a quasi nulla sulla qualità di quello che state per comprare. L’unico valido indice di riferimento su un prodotto è il prodotto stesso. Se è fedele alle promesse che fa (nella pubblicità come nelle caratteristiche tecniche), allora è un ottimo prodotto indipendentemente dalla fascia prezzo (il rapporto qualità/prezzo è un’altra cosa che dovrete valutare voi). Considerate sempre l’uso che farete di una certa cosa; talvolta un oggetto di fascia economica avrà, per voi, un rapporto qualità prezzo incommensurabilmente superiore al prodotto più costoso che la tecnologia umana possa offrirvi.
Ricordate infine che una marca è un’azienda, talvolta con migliaia di persone e sedi dislocate in diverse zone del mondo e ognuna con compiti diversi. Le persone poi non lavorano sempre in modo preciso e impeccabile, succede che uno non ha voglia o non sta bene o non è all’altezza del compito. I test di qualità che un’azienda dice di rispettare hanno un certo grado di tolleranza per cui qualcosa è fatta bene, qualcos’altro meno bene. Infine, il concetto di qualità che intendono soddisfare è il loro, non il vostro.
Questo è vero in riferimento a qualsiasi oggetto acquistabile o vendibile. Coloro che vi propongono una marca come migliore o sono di parte, o non hanno mai provato altro in modo obiettivo, o non si sono proprio informati su alternative, oppure infine prendono una commissione sui prodotti venduti. Come in molti altri campi della vita, niente è meglio dell’esperienza diretta (o mediata in caso d’acquisto. Evviva le recensioni).

“Un torauma eh?”

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